Dr. Gabriele Buracchi
NUTRIZIONISTA - PSICOLOGO
Diete e consulenze personalizzate per obesità, cellulite, magrezza, ipertensione, ipertrigliceridemia, ipercolesterolemia, diabete ed in tutte le condizioni fisiopatologiche accertate.
Valutazione dell'Indice di Massa Corporea, Bioimpedenziometria della massa grassa, calcolo del peso forma, valutazioni del fabbisogno energetico.Valutazioni nutrizionali per sportivi.
DIETA a ZONA.
Test di intolleranza alimentare.
Valutazione e trattamento disturbi del comportamento alimentare (Anoressia, Bulimia, Disturbo da Alimentazione Incontrollata, Obesità, Vomiting, Fame nervosa) .
Counseling e sostegno psicologico in casi di ansia, attacchi di panico, depressione, disfunzioni sessuali.
COSA VUOL DIRE ESSERE GRASSI....
....e cosa vuol dire ingrassare
Il grasso del nostro corpo è contenuto in una percentuale elevatissima in cellule specializzate, gli adipociti o cellule adipose. Se si osserva al microscopio la parte bianca del prosciutto, si vede che è costituita da tante cellule tonde, le une vicine alle altre come gli acini ben turgidi di un grappolo d'uva. Gli adipociti si trovano sotto la cute, nel tessuto sottocutaneo; quando si ingrassa, è come se ogni cellula si gonfiasse un po' dal momento che aumenta il suo contenuto in grasso, in particolare in trigliceridi. E’ per questo motivo che, quando si ingrassa, il plicometro. (lo speciale calibro che è utilizzato per misurare la percentuale di grasso corporeo), indica che lo spessore della pelle è aumentato. Altri adipociti si trovano nell'addome. E’ per questo che chi è molto grasso, soprattutto se uomo, ha l'addome prominente (la pancia). Nella donna in età fertile il grasso si accumula preferibilmente nel tessuto sottocutaneo attorno a cosce e fianchi. Ciò che scatena l'ingrassamento è l'elevarsi dei livelli dell'insulina nel sangue, determinato dall'innalzamento della glicemia che, a sua volta, dipende soprattutto dall'avere consumato cibi e bevande ad alto indice glicemico, per esempio una lattina di coca o magari un'abbondante quantità di riso o di patate o di pane o pasta. Quando si alza il livello dell'insulina, infatti, molte molecole di essa si legano ai recettori che si trovano sulla superficie degli adipociti. Questo fa sì che la membrana degli adipociti lasci entrare le molecole del glucosio (derivate dalla coca, dal riso o dalle patate, dalla pasta o dal pane). Esse vengono poi trasformate in altri trigliceridi (ossia in grasso) da parte di enzimi negli adipociti stessi. In altre parole, ogni volta che l'insulina supera un certo livello, inevitabilmente si ingrassa. Nei bambini e nei ragazzi, consumare spesso bevande dolci, patatine e merendine, non soltanto fa aumentare il grasso del corpo, ma provoca altresì l'aumento considerevole del numero degli adipociti. Tale aumento si manterrà per tutta la vita con effetti molto negativi per la salute.
Per ovviare a questo , possiamo dire che non è mai troppo presto cominciare ad alimentarsi in maniera corretta ed equilibrata tutti i giorni, modificando anche altri aspetti del nostro stile di vita, intraprendendo quindi una costante attività fisica.
COSA VUOL DIRE "DIMAGRIRE"...
...e rimanere magri
Si può perdere peso perchè si suda e, dunque, ci si disidrata. Ma l' organismo disidratato è soggetto a disturbi e malattie; ogni volta che si perde sudore, quindi, è bene restituire l'acqua e i sali all'organismo. In ogni caso, perdere acqua non vuol dire dimagrire. Dimagrire significa soltanto una cosa: perdere grasso. Molte diete fanno perdere acqua e, soprattutto, fanno perdere massa magra, ossia prevalentemente massa muscolare. Questo vuol dire che fanno diventare deboli e flaccidi. Seguendo i criteri della Zona, invece, si perde soltanto grasso, vale a dire si dimagrisce e basta. Si tenga presente che non si può dimagrire con le pomate, ma soltanto quando negli adipociti avviene la lipolisi ossia quando una molecola di trigliceridi si scinde nelle quattro molecole elementari che lo costituiscono (una di glicerolo e tre di acidi grassi) e che possono così uscire dall'adipocita stesso e andare là dove saranno consumate. Se si corre o si pedala a lungo, con la lipolisi scatenata proprio dall’attività fisica attraverso cambiamenti ormonali, si rendono disponibili acidi grassi che vengono consumati dai muscoli.
LA DIETA A “ZONA”
per una corretta alimentazione........ e per un maggior rendimento nello sport
La dieta a ZONA non è una delle solite diete dimagranti che, nella migliore delle ipotesi, fanno perdere qualche chilo per poi farne riprendere molti di più nel giro di pochi mesi, ma è essenzialmente un modo corretto di alimentarsi e più in generale un corretto stile di vita che permette di influire positivamente ed in maniera duratura sul proprio benessere psicofisico.
Nasce da rigorosi studi scientifici del biochimico americano Barry Sears, oggi convalidati da migliaia di pubblicazioni scientifiche internazionali e che trovano conferme sempre più numerose da parte di studiosi anche in Italia.
Le principali regole della dieta ZONA sono le seguenti:
1) Non stare mai più di 5 ore senza mangiare
2) Fare almeno 5 (o anche 6) pasti al giorno
3) Oltre a prima colazione, pranzo e cena fare almeno due spuntini.
4) E’ fondamentale che ogni pasto principale o spuntino fornisca il 40% delle calorie sotto forma di carboidrati, il 30% sotto forma di proteine ed il rimanente 30% sotto forma di grassi.
5) Svolgere più volte alla settimana una attività fisica moderata ma costante
6) Dedicare alcuni minuti al giorno ad una tecnica di rilassamento
PASTI E SPUNTINI DELLA GIORNATA

Si trovano principalmente in tutti i farinacei come pane, pasta, riso, farro, patate. Sono costituenti ovviamente anche della frutta e della verdura ed è anzi importante notare che proprio questi ultimi, rispetto ai precedenti, contengono principalmente carboidrati a lenta assimilazione e quindi largamente preferibili. Devono soddisfare da soli il 40% del nostro fabbisogno energetico. E’ fondamentale assumere principalmente carboidrati a basso indice glicemico, ovvero che facciano salire lentamente la nostra glicemia. Tra questi ricordiamo:

Cosa sono .... i LIPIDI
ovvero grassi animali ed oli
Non tutte le sostanze grasse fanno male. I grassi dei mammiferi terrestri, grassi saturi, possono essere realmente nocivi, come d’altra parte i grassi idrogenati tipici delle margarine. Vanno invece bene i grassi insaturi come l’olio extravergine di oliva, ed i grassi contenuti nella frutta oleosa come noci, nocciole, mandorle e pinoli.
Importantissimo è l’olio di pesce che è ricco di acidi grassi essenziali Omega 3. Questo può venire assunto nelle corrette proporzioni tramite l’uso di integratori.
I grassi contengono molte calorie e quindi non possono essere consumati in grosse quantità, ma devono fornire il 30% del nostro fabbisogno energetico, a patto di essere assunti prevalentemente sotto forma di grassi insaturi.
I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE
COSA SONO, COME SI MANIFESTANO, COSA SI PUO' FARE.
Nel corso della storia i parametri sociali imposti come canoni ideali di bellezza, soprattutto femminile, sono stati molteplici, basti pensare ai famosi nudi di Rubens del XVII secolo; in base agli standard odierni quelle donne oggi sarebbero considerate grassocce se non addirittura obese.
Negli ultimi decenni in tutto l’occidente industrializzato, ma non solo, si è manifestato un costante progredire verso un ideale di magrezza come canone primario di bellezza.
Uno studio effettuato negli Stati Uniti su un campione di ragazze del secondo anno delle superiori, ha riscontrato che un terzo di esse riteneva di essere sovrappeso, nonostante il fatto che, tabelle alla mano, non lo fosse affatto.
La realtà italiana non è poi molto diversa.
Questa tendenza pare essere all’origine dell’aumentata frequenza dei cosiddetti Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), ovvero di Anoressia, Bulimia e del forse meno noto Disturbo da Alimentazione Incontrollata. I disturbi del comportamento alimentare sono patologie sommerse che creano molta sofferenza psicologica a chi ne è affetto ed allo stesso tempo possono costituire la premessa di molti disturbi organici.
Paradossalmente, in parallelo con questa attenzione ossessiva al proprio peso ed al proprio aspetto fisico si è avuto, anche in Italia, un aumento dei casi di sovrappeso ed obesità.
Cominciamo a parlare proprio dell'obesità, perchè, pur non essendo considerata a tutt'oggi un DCA, è spesso il punto di arrivo dei DCA. Se questa affermazione può essere facilmente comprensibile per Bulimia e Disturbo da Alimentazione Incontrollata, appare forse più difficile accettarla per quanto riguarda l'Anoressia. Purtroppo sono proprio gli squilibri metabolici che questo disturbo comporta, che in molti casi finiscono con il condurre all'obesità.
Deriva dal latino “ob-edere”, cioè mangiare in eccesso. Sebbene questa sia un' estrema semplificazione di un problema ben più complesso, ha comunque un valore indicativo, dato che un eccesso di grasso corporeo è sempre riconducibile a un qualche surplus alimentare. L’obesità può essere definita come un eccesso di tessuto adiposo, che a sua volta determina un Indice di Massa Corporea (IMC) superiore a 30 Kg/m2 di altezza. Si tratta di un valore che corrisponde a un aumento di peso circa uguale o superiore al 20% rispetto al peso forma. Questo è oggi in Italia un problema socio-sanitario di non secondaria importanza come conferma l'indagine ISTAT 2000, che riporta come nel 1999 il 33,1% degli italiani fosse in sovrappeso e il 9,7% obeso. L’obesità si associa ad alcune malattie quali ipertensione, diabete, dislipidemie, disturbi respiratori, artropatie e a malattie della sfera genitale etc., con frequenza nettamente superiore a quella casualmente attesa. Questo significa che, in presenza di obesità, ma anche se in misura minore in presenza di sovrappeso, la probabilità di andare incontro ad una o più delle suddette malattie aumenta e, di conseguenza, diminuisce l'aspettativa di vita, per non parlare della qualità della vita stessa.
E’ un grave disturbo del comportamento alimentare, particolarmente diffuso nelle moderne società industrializzate, soprattutto fra le adolescenti e le giovani donne, anche se negli ultimi anni è in aumento anche tra i ragazzi. In sintesi, i criteri diagnostici individuano:
Anche se non c’è un quadro definito e certo dei meccanismi che danno origine all’anoressia, sicuramente la malattia è determinata da una complessa interazione di componenti biologiche, psicologiche e socioculturali. Solitamente l’anoressia insorge nella prima fase adolescenziale o in quella intermedia, spesso dopo una dieta incongrua o un evento esistenziale stressante. L’ autostima è strettamente correlata con la perdita di peso e con la magrezza, anche per la percezione distorta del proprio corpo. Questo disturbo può portare, specie quando accompagnato da vomito autoindotto, a gravi complicanze che possono determinare anche la morte (dal 4 all'8 % dei casi).
Termine d’origine greca che significa “fame da bue”. Questo disturbo comporta episodi durante i quali avviene un rapido consumo di grandi quantità di cibo, in molti casi seguiti da comportamenti compensatori estremi, quali vomito, digiuno ed attività fisica eccessiva.
Le abbuffate o crisi bulimiche avvengono generalmente in solitudine e possono essere indotte da stress e dalle emozioni negative che esso suscita, dalla solitudine o dalle situazioni sociali legate al cibo o da preoccupazioni relative all’aumento ponderale e di solito continuano fino a che il soggetto non si sente pieno da scoppiare.
Come i soggetti affetti da anoressia nervosa, anche quelli affetti da bulimia nervosa hanno paura di aumentare di peso e la loro autostima è fortemente legata al mantenimento del peso corporeo normale. La Bulimia inizia tipicamente nella tarda adolescenza o nella prima età adulta e circa il 90% dei casi riguarda soggetti di sesso femminile.
DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA.
Comprende abbuffate ricorrenti, perdita di controllo durante l’episodio di abbuffata e sensazioni di disagio nei confronti di questi comportamenti; di solito avviene un’ingestione di alimenti rapida ed in solitudine. Si distingue dall’anoressia nervosa per l’assenza di decremento ponderale e dalla bulimia nervosa per assenza di condotte di eliminazione. Nonostante questo disturbo sia stato meno studiato di anoressia e bulimia, appare essere più frequente di questi due disturbi.
Questo disturbo, negli ultimi decenni, ha suscitato un interesse crescente da parte degli studiosi del settore per i suoi importanti legami con l’obesità, tanto che secondo molti studi dal 15 al 25% delle persone obese, soprattutto quelle che si sono sottoposte ripetutamente a diete drastiche ed incongrue, presentano questo tipo di disturbo. Per questo è importante, se ci si sottopone ad una dieta, che questa sia equilibrata e, soprattutto, non provochi una perdita di peso troppo veloce.
Non è una domanda semplice a cui rispondere, se non altro perchè i tipi di problematiche e quindi di intervento, variano in funzione del tipo di disturbo, dell'età di insorgenza e, naturalmente, del sesso.
In generale si può dire che più o meno tutti i tipi di DCA mascherano in realtà altri tipi di problemi, come carenza di autostima, tendenze ossessive al perfezionismo, conflitti familiari, problemi di ansia ed insicurezza, elevati livelli di stress, tendenze depressive, solo per citare i principali. Solitamente i fattori che determinano l'insorgere di un DCA sono molteplici, tanto che si parla di una origine multifattoriale. La conseguenza sarà la necessità di un intervento di tipo psicologico personalizzato, che vada ad incidere sui fattori sottostanti al DCA, anche se, al tempo stesso, sarà necessario curare lo stato nutrizionale della persona, in particolare se si tratta di Anoressia, per le intuibili conseguenze legate alla denutrizione. Apparentemente meno grave, non essendoci un immediato rischio di vita come avviene nell'Anoressia, è la condizione della Bulimia o del Disturbo da Alimentazione Incontrollata. Purtroppo anche in questi casi i danni alla salute, specialmente nel caso della Bulimia e del vomito che a questa quasi sempre si accompagna, possono essere gravi. Non è poi da sottovalutare mai, dato il vissuto di queste persone, il rischio di suicidio.
Proprio per tutti questi motivi, particolarmente quando si ha a che fare con adolescenti, specialmente se di sesso femminile, il compito dei genitori e degli insegnanti (ma anche di tutti coloro che hanno a che fare con questi soggetti, come allenatori, insegnanti di danza od anche pediatri o altro) è oggettivamente molto delicato.
Se da un lato insistere con la figlia adolescente perchè mangi di più, magari dicendole che la sua idea di essere grassa è sbagliata è assolutamente controindicato (il risultato certo sarebbe solo quello di rinforzare il comportamento), dall'altro lato è evidente che quando si verificano comportamenti come rapidi dimagrimenti, diete di fantasia, o magari abbuffate accompagnate da vomito autoindotto, è dovere dell'adulto prendere il sintomo in seria considerazione. Sarà a quel punto importante prendere contatto con uno specialista dei DCA che possa consigliare i comportamenti più adatti da tenere con la ragazza. Nei casi meno gravi, infatti, possono essere sufficienti a far rientare il problema, anche semplici modifiche nel comportamento dei genitori e degli altri familiari.
LE DISFUNZIONI SESSUALI
La sessualità è una delle sfere più personali e private nella vita di un individuo e forse per questo la maggior parte delle persone che, in qualche periodo della loro esistenza, incontrano delle difficoltà in questo ambito, tendono a non parlarne con nessuno e quindi neppure a cercare un aiuto professionale, rischiando in questo modo di amplificare e magari cronicizzare queste stesse difficoltà.
Va anche tenuto presente che ciò che viene definito “normale” nel comportamento sessuale umano varia nel tempo e da cultura a cultura. Oggi, ad esempio, si pensa che alla base delle patologie della sfera sessuale, vi siano le inibizioni dell’espressione sessuale, in netto contrasto con le opinioni più diffuse nel mondo occidentale durante il XIX e la prima parte del XX secolo, quando era l’eccesso ad essere considerato addirittura come una colpa. Queste considerazioni sono di fondamentale importanza quando si prendono in considerazione le disfunzioni sessuali umane.
LE CONSEGUENZE SI RIPERCUOTONO ANCHE SULLE PERSONE PIÙ VICINE
Un problema psicologico ha delle conseguenze non solo sull’individuo che ne è interessato, ma anche su tutti coloro con cui intrattiene rapporti stretti. Le persone incapaci di relazioni sociali sono inevitabilmente tagliate fuori da molte opportunità che la vita offre ed hanno spesso una bassa autostima. Questo le porta spesso a suscitare frustrazioni e sensi di colpa nel coniuge, nei figli o comunque nelle persone più vicine.
Questo è tanto più vero quando si considerano le disfunzioni sessuali, che si manifestano nel contesto di relazioni interpersonali intime. Queste disfunzioni possono essere così gravi da inibire non solo la soddisfazione sessuale, ma anche la tenerezza tra i partner, mettendo in crisi rapporti affettivi e familiari per altri versi ben funzionanti, finendo così per essere all’origine di gravi sofferenze personali e familiari. Ma cosa si intende per disfunzioni sessuali?
DEFINIRE LE DISFUNZIONI SESSUALI
Pur nella loro diversità, sono comunque delle manifestazioni sia cognitive (ovvero fatte di pensieri ed emozioni) ma anche comportamentali (sia individuali che relazionali), percepite e considerate come sgradevoli dal soggetto interessato e che tendono, in assenza di interventi, ad automantenersi.
Le disfunzioni sessuali sono normalmente divise in quattro categorie principali:
Naturalmente non è sufficiente che il problema si presenti una volta per poter parlare di una disfunzione sessuale, ma è necessario che sia persistente o ricorrente causando sia disagio individuale, ma anche difficoltà interpersonali.
DISTURBI DEL DESIDERIO SESSUALE.
Si distingue tra: disturbo da desiderio sessuale ipoattivo, dove si ha carenza o assenza di fantasie ed impulsi sessuali e disturbo da avversione sessuale, in cui vengono evitati anche i contatti sessuali col partner.
DISTURBI DELL’ECCITAZIONE SESSUALE.
Si distingue tra disturbo dell’eccitazione sessuale maschile e quello femminile (in passato chiamati rispettivamente impotenza e frigidità).
DISTURBI DELL’ORGASMO.
Vengono distinti il disturbo dell’orgasmo femminile, quello maschile e l’eiaculazione precoce, probabilmente la disfunzione sessuale più frequente nei maschi.
DISTURBI DA DOLORE SESSUALE.
Si parla di dispareunia in presenza di dolore ricorrente o persistente prima durante o dopo il rapporto e di vaginismo caratterizzato da spasmi involontari del terzo esterno della vagina, tali da rendere impossibile il rapporto.
LA CONSULENZA SESSUOLOGICA (sex counseling)
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il sex counseling è una : “Attività di sostegno capace di aiutare individualmente persone in difficoltà ad assimilare le loro conoscenze e trasformarle in stili di vita soddisfacenti e comportamenti responsabili”.
In pratica gli effetti più caratteristici del sex counseling consistono nel:
L’APPROCCIO MANSIONALE
Si basa su prescrizioni di comportamento sessuale date a scopo terapeutico, tramite cui vengono affrontati i problemi, discusse le resistenze e valutati i miglioramenti.
Le mansioni sessuali sono organizzate in diversi itinerari terapeutici a seconda del disturbo sessuale affrontato.
Nel complesso, comunque, le tappe fondamentali sono la conoscenza di sè, la conoscenza dell’altro e di sè tramite l’altro, la conoscenza del proprio piacere e delle proprie emozioni, la condivisione delle emozioni. Il fine di queste mansioni (veri e propri compiti a casa) non è quello di provocare piacere ma di favorire uno specifico percorso terapeutico.
La consulenza sessuologica tramite questo approccio si distingue da altri approcci che prevedono lunghe psicoterapie, per il fatto di essere specificatamente centrata sul problema.
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I primi studi che hanno portato al concetto di intolleranza alimentare, nascono dagli studi di Ecologia Clinica, disciplina nata negli USA a partire dagli anni '60. Secondo l’ecologia clinica, le reazioni avverse agli alimenti ed agli additivi sono piuttosto frequenti, potendo determinare o aggravare disturbi cutanei, intestinali, neurologici, reumatologici, respiratori ed anche psichiatrici ad andamento cronico.
Già nel 1925 alcuni allergologi americani cominciarono a sospettare che l'esposizione, giorno dopo giorno, a cibi comuni (pane, latte, uova, ecc.) potesse provocare, in certi individui, disturbi fisici e mentali. Il dott. Arthur Coca, fondatore dell'American Journal of Immunology, professore di farmacologia al Cornell Medical Center, nel 1942 pubblica "Familiar non reaginic food allergy“. In questo articolo scientifico ipotizza che alcuni alimenti verso cui l'individuo e’ intollerante, possono causare un'accelerazione dei battiti cardiaci. Partendo da osservazioni su sua moglie e su se stesso, elabora il test del polso (o di Coca), che, sebbene non affidabile e preciso, è il primo dei test "alternativi" per la diagnosi di reazione avverse agli alimenti.
Il vero artefice delle ricerche di ecologia umana che hanno portato ad una più precisa definizione di "intolleranza chimica" è Ted Randalph, che pubblica un lavoro sulle reazioni allergiche mascherate (ritardate e non legate a risposte immunitarie) nel 1944. Perché Randalph capisse il fenomeno delle “reazioni mascherate" fu necessaria la conoscenza
delle teorie sullo stress di Selye, formulate sulla rivista “NATURE” nello stesso anno.
Le reazioni avverse agli alimenti seguono il ben noto andamento stabilito dagli studi di H. Selye caratterizzante la:
SINDROME GENERALE DI ADATTAMENTO
In sintesi, dosi ripetute di cibo intollerante esauriscono le capacità di adattamento individuali cioè la relazione fra asse ipotalamo-ipofisi-surrene e sistema psiconeuroendocrino ed immunitario, causando accumulo di "veleni" (tossine) in grado di determinare o complicarequadri inaspettati come: sordità, reumatismo, cronico, cefalea, mucosite auricolare, dermatite, colite, depressione, ecc. Secondo molti studi, il 5% dei casi di Disturbo da deficit d’attenzione/ iperattività (ADHD) sarebbero dovuti ad intolleranze alimentari.
Gli alimenti producono fondamentalmente due tipi di reazioni da ipersensibilità:
1) REAZIONI ALLERGICHE PROPRIAMENTE DETTE
Sempre provocate da meccanismi immunologici, Ig E mediati e generalmente dose indipendenti
2) INTOLLERANZE
Così è definita ogni reazione indesiderata scatenata dagli alimenti, che sia dose dipendente ma che non passi attraverso meccanismi immunologici Ig E mediati, probabilmente dovuta all’attivazione di linfociti B con produzione di Ig G ed Ig A
Pur non potendo escludere che qualsiasi alimento possa provocare intolleranze, gli alimenti piu’ frequentemente responsabili sono:
LATTE, UOVA, FRUMENTO, GRANOTURCO, ZUCCHERO, CROSTACEI e PESCI
Meno di frequente sono implicati:
POMODORI ED ALTRE SOLANACEE, CECI ED ALTRE LEGUMINOSE, CAFFE’, CACAO, FRUTTA